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	<title>Fratiminori del Salento &#187; Missione</title>
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		<title>Fr. Adolfo, lettera di novembre</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Nov 2011 15:31:40 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[C’è un brano del Vangelo di Marco che per un motivo in particolare mi ha sempre fatto riflettere e il brano è il seguente: Mc 9, 33-37   Giunsero a Cafarnao e quando fu in casa domandò loro: «Di che cosa discutevate per via?».  Essi, però, tacquero, perché per via avevano discusso tra loro su chi fosse il più grande. Allora, postosi a sedere, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere primo, sia ultimo di tutti e servo di tutti». Quindi, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e stringendolo fra le braccia disse loro:  «Chi accoglie uno di questi bambini in nome mio, accoglie me e chi accoglie me non accoglie me, ma colui che mi ha mandato». Un brano interessante che al di là del suo significato sulle parole finali, mi ha sempre incuriosito perché, sappiamo che molto probabilmente la casa di Cafarnao era stata scelta da Gesù come suo “quartier generale” (Mt 4,13). Quindi possiamo pensarla come la casa in cui si tenevano le riunioni più importanti, Gesù formava i dodici, si programmavano le missioni ecc. … eppure questa casa non doveva avere porte di sicurezza per non lasciar trapelare segreti né aree [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.fratiminorilecce.org/wp-content/uploads/2011/11/293407_2311523111663_1356947569_2805614_7782992_n.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1517" title="293407_2311523111663_1356947569_2805614_7782992_n" src="http://www.fratiminorilecce.org/wp-content/uploads/2011/11/293407_2311523111663_1356947569_2805614_7782992_n-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>C’è un brano del Vangelo di Marco che per un motivo in particolare mi ha sempre fatto riflettere e il brano è il seguente:</p>
<p><em>Mc 9, 33-37   Giunsero a Cafarnao e quando fu in casa domandò loro: «Di che cosa discutevate per via?».  Essi, però, tacquero, perché per via avevano discusso tra loro su chi fosse il più grande. Allora, postosi a sedere, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere primo, sia ultimo di tutti e servo di tutti». Quindi, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e stringendolo fra le braccia disse loro:  «Chi accoglie uno di questi bambini in nome mio, accoglie me e chi accoglie me non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».</em></p>
<p>Un brano interessante che al di là del suo significato sulle parole finali, mi ha sempre incuriosito perché, sappiamo che molto probabilmente la casa di Cafarnao era stata scelta da Gesù come suo “quartier generale” (Mt 4,13). Quindi possiamo pensarla come la casa in cui si tenevano le riunioni più importanti, Gesù formava i dodici, si programmavano le missioni ecc. … eppure questa casa non doveva avere porte di sicurezza per non lasciar trapelare segreti né aree riservate visto che a un certo punto Gesù prende un bambino e lo pone in mezzo al gruppo… da dove sbuca questo bambino? Era lì, magari stava giocando per conto suo, o forse con altri, anzi, sicuramente con altri visto che dirà “chi accoglie <strong>uno di questi</strong> bambini…”  e chissà, forse altri personaggi, non direttamente interessati a quegli incontri, stavano lì intorno a fare altro mentre i membri del gruppo centrale discutevano. Per questo sembra che Gesù con estrema facilità lo può avvicinare a sé per proporlo come modello. Senza che questo causi “fastidi” alla riunione.</p>
<p>Pensavo anche a questo e con piacere quando un giorno mentre nel nostro centro mi intrattenevo in conversazione con un frate, uno dei nostri bambini si è avvicinato e mi ha sussurrato qualcosa all’orecchio… in piena riunione. E questo mi ha fatto sorridere. Anche perché la relazione continua con le persone a cui siamo mandati ci da la misura della nostra missione che non potrà mai essere pianificata a tavolino senza lasciarsi continuamente interpellare da loro. O anche infastidire se vogliamo.</p>
<p>E poi, pensando al paragone che Gesù fa ci si può lecitamente chiedere: chi sono questi bambini da accogliere? Certamente non solo quelli che erano quel giorno in casa con loro, altrimenti ben pochi avrebbero potuto farlo nello spazio e soprattutto nel tempo… allora pensiamo a tutti i bambini in generale, senza fare troppi giri. Ma sappiamo bene che i bambini sono certamente indifesi (a volte: mai conosciuto le baby gang?), ingenui (non darlo per scontato), buoni ? (tra loro sono capaci di farsi di tutto con le parole e con azioni)… ma sicuramente poveri nel senso che in una famiglia, soprattutto se disgraziata, sono visti come tante bocche da sfamare, che economicamente non portano niente in casa, da seguire nella crescita, da difendere contro le malattie e per i quali dunque devi lavorare e a volte pagare anche per i danni che – giocando a modo loro – possono anche causare. Molti dei ragazzi accolti nel nostro centro sono mandati via, se non rifiutati (nel senso proprio di essere trattati come un rifiuto) dalle loro famiglie soprattutto per questioni economiche poi mascherate da superstizioni comode. Questo non toglie il fatto che comunque anche nel centro saranno fonte di preoccupazione, per i loro bisogni materiali e spirituali, per il loro futuro, per i problemi che causano in casa e fuori a cui tu poi devi rispondere (quante volte con la polizia in casa…). Ma occuparsi dei piccoli vuol dire mettere in conto tutto questo e accettarlo.</p>
<p>Allora Gesù ci chiede di prenderci cura di chi non ci darà niente in cambio – economicamente parlando – , perché anche volendo non può… di chi forse ti causerà anche problemi che tu dovrai poi risolvere… è vero. Ma che ci arricchirà però della sua vita, della sua storia, del suo essere… facendoci entrare per magia (quella magia che si chiama amore) in un mondo i cui valori non seguono più le logiche del mercato e per questo ci rendono capaci di accogliere una nuova dimensione che è la presenza stessa di Gesù e di suo Padre, l’Amore Trinitario che trasfigura ogni realtà rendendole il suo vero volto, quello non distolto dal peccato e che ti permette di vedere un bambino per quello che è in realtà: un dono di Dio.</p>
<p>A proposito, il bambino di cui parlavo prima apparso durante la riunione mi chiedeva un album e dei colori per fare un disegno.</p>
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		<title>Fr. Adolfo: lettera di Agosto</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Aug 2011 05:59:16 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ci sono dei periodi in cui tutto sommato le cose vanno regolarmente e non si fa molta fatica a starci dietro, ma ce ne sono altri in cui non sai se reggerai alla mole di cose che sembrano essersi dati convegno allo stesso luogo e per lo stesso momento. Questo ultimo periodo è uno di quelli in cui il tempo è poco, tutti hanno fretta e a volte non sai come mettere insieme gli impegni assunti. Poi, ciliegina sulla torta, ci mancava pure l’epidemia di chikungunya, detta anche dalla gente “palu robot” (malaria robot) così chiamata a causa del modo “automa – tico” di contorcersi per il dolore delle persone colpite. La gente lo chiama anche “palu pongo” dal nome di un modo di ballare (il pongo, appunto) di moda tra i giovani che appunto fa assumere dei movimenti simili a chi è colpito dalla malattia in questione. E chiaramente non mancano nel nostro centro i casi di malaria ordinaria (se così si può dire), anzi, in questo periodo ne abbiamo avuto (uno dietro l’altro) almeno sei casi oltre a un ragazzo morso da un serpente velenoso in pieno pomeriggio che ci ha fatto correre al più vicino ospedale per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono dei periodi in cui tutto sommato le cose vanno regolarmente e non si fa molta fatica a starci dietro, ma ce ne sono altri in cui non sai se reggerai alla mole di cose che sembrano essersi dati convegno allo stesso luogo e per lo stesso momento. Questo ultimo periodo è uno di quelli in cui il tempo è poco, tutti hanno fretta e a volte non sai come mettere insieme gli impegni assunti. Poi, ciliegina sulla torta, ci mancava pure l’epidemia di <em>chikungunya</em>, detta anche dalla gente “palu robot” (malaria robot) così chiamata a causa del modo “automa – tico” di contorcersi per il dolore delle persone colpite. La gente lo chiama anche “palu pongo” dal nome di un modo di ballare (il <em>pongo</em>, appunto) di moda tra i giovani che appunto fa assumere dei movimenti simili a chi è colpito dalla malattia in questione.<br />
E chiaramente non mancano nel nostro centro i casi di malaria ordinaria (se così si può dire), anzi, in questo periodo ne abbiamo avuto (uno dietro l’altro) almeno sei casi oltre a un ragazzo morso da un serpente velenoso in pieno pomeriggio che ci ha fatto correre al più vicino ospedale per le cure del caso. E grazie a Dio per come gli è andata.<br />
Periodo di preparazione alle elezioni nella vicina Repubblica Democratica del Congo, che rende l’atmosfera tesa e più serrata nei controlli, il che rende difficile la vita a chi – tra i nostri amici – vive ancora per strada. Così, è anche periodo di telefonate a nastro e di visite a go-go di ragazzi che vorrebbero essere aiutati a non restare per strada almeno per questo periodo difficile. Per qualcuno riusciamo a fare qualcosa per altri no. I motivi sono tanti e complessi.<br />
Poi finalmente viene la sera e tu già pregusti il tuo lettino accogliente che ti accompagnerà fino al giorno dopo in un silenzio morbido e riposante… ma non sempre è così.<br />
Ieri sera era intorno a mezzanotte…<br />
… oramai, da quando una fraternità (siamo in tre) è stabilita nel centro, noi frati restiamo in un altro settore della proprietà, non distante comunque più di 50 metri da dove dormono i ragazzi.<br />
…ieri sera, dicevo, intorno a mezzanotte, sento una voce che mi chiama una, due, tre volte… il tempo di alzarmi e non sento più nessuno, ma in lontananza vedo le torce dei ragazzi che si allontanano. Il tempo di riflettere che sento il telefono squillare: sono i ragazzi che mi chiamano per dirmi che c’è un problema. “venite – dico loro – e vediamo di che si tratta”.<br />
Poco dopo infatti, ecco che quattro di loro vengono verso la mia stanza e ci ritroviamo sotto il cielo di mezzanotte a discutere niente di meno che di… stregoneria! Uno dei nostri ha fatto un brutto sogno e dice di avere qualcosa (o qualcuno) che prima lo inseguiva e ora gli si muove sottopelle. Intanto gli altri, spaventati, cercavano a modo loro di fare qualcosa: uno lo voleva chiudere nella cappellina, un altro gli teneva la Bibbia aperta davanti agli occhi…<br />
Chiedo a tutti di allontanarsi e di lasciarci da soli. Il ragazzo è ancora impaurito, trema. Mi dice che nel sogno una voce gli ha detto che non c’è nessuno per liberarlo da questa maledizione. Poi mi dice che già sua nonna gli diceva che uno spirito maligno insegue e minaccia da tempo tutti i membri della sua famiglia… Di sicuro c’è che questo ragazzo (orfano totale) ha subito di tutto, soprattutto da quella nonna con cui viveva, fino a dei colpi di machete sulla testa le cui cicatrici resteranno visibili per sempre.<br />
Mi chiede di pregare per lui e io lo faccio. Mi dice che vuole restare un po’ con me, si sente più sicuro. Restiamo un po’ così, a pregare insieme. Poi richiamiamo gli altri che lo accompagnano a letto. Mi dice che se avrà ancora problemi mi chiamerà… Stregoneria o traumi, di cicatrici che più che nel corpo, resteranno per sempre scolpite nell’anima?</p>
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		<title>Lettera di Fr Adolfo (luglio)</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Jun 2011 15:35:27 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Giovedì 2 giugno, qui in Congo abbiamo festeggiato l’Ascensione e dunque era un giorno festivo. Ne abbiamo profittato per fare una giornata in città. Arrivati nella casa dei nostri amici di Moungali (la casa dell’associazione di Milano) abbiamo affrontato il tema della giornata dell’ambiente che avrebbe avuto luogo la domenica successiva (il 5 giugno) in cui fr Adolfo ci ha parlato del rispetto dovuto all’ambiente, visto che con tutta la natura condividiamo lo stesso pianeta e ciascun abitante ha diritto ad esistere a modo suo. Abbiamo ascoltato come san Francesco guardava a tutto ciò che esiste come a una realtà viva che canta a Dio e che ci può aiutare a riconoscere dovunque la sua presenza. Poi abbiamo lasciato la casa e ci siamo messi in marcia fino alla Cattedrale dove abbiamo fatto una visita all’istituto delle Piccole Suore dei Poveri. Quando siamo arrivati dalle Piccole Suore dei Poveri, prima di tutto ci siamo fermati nella loro cappellina per un momento di preghiera. Poi fr Adolfo ha continuato la catechesi sulla creazione, parlando dell’importanza dovuta a ogni essere vivente, anzi, ad ogni cosa che esiste, poiché veniamo tutti da un’unica e medesima sorgente. Eppure – diceva fr Adolfo continuando – [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong></strong><a href="http://www.fratiminorilecce.org/wp-content/uploads/2011/06/adoffo.jpg"><img class="size-medium wp-image-1416 alignleft" title="adoffo" src="http://www.fratiminorilecce.org/wp-content/uploads/2011/06/adoffo-233x300.jpg" alt="" width="233" height="300" /></a></p>
<p>Giovedì 2 giugno, qui in Congo abbiamo festeggiato l’Ascensione e dunque era un giorno festivo. Ne abbiamo profittato per fare una giornata in città. Arrivati nella casa dei nostri amici di Moungali (la casa dell’associazione di Milano) abbiamo affrontato il tema della giornata dell’ambiente che avrebbe avuto luogo la domenica successiva (il 5 giugno) in cui fr Adolfo ci ha parlato del rispetto dovuto all’ambiente, visto che con tutta la natura condividiamo lo stesso pianeta e ciascun abitante ha diritto ad esistere a modo suo. Abbiamo ascoltato come san Francesco guardava a tutto ciò che esiste come a una realtà viva che canta a Dio e che ci può aiutare a riconoscere dovunque la sua presenza.</p>
<p>Poi abbiamo lasciato la casa e ci siamo messi in marcia fino alla Cattedrale dove abbiamo fatto una visita all’istituto delle Piccole Suore dei Poveri.</p>
<p>Quando siamo arrivati dalle Piccole Suore dei Poveri, prima di tutto ci siamo fermati nella loro cappellina per un momento di preghiera. Poi fr Adolfo ha continuato la catechesi sulla creazione, parlando dell’importanza dovuta a ogni essere vivente, anzi, ad ogni cosa che esiste, poiché veniamo tutti da un’unica e medesima sorgente. Eppure – diceva fr Adolfo continuando – in tutto ciò che esiste e che vive, la persona umana ha un posto centrale. Tutto ciò che è creato è stato fatto perché l’uomo possa essere felice ed essere immagine di Dio in tutta la creazione.</p>
<p>Poi la superiora delle suore che ci hanno accolti ha parlato del loro istituto, di come è nato e abbiamo capito che loro si occupano delle persone anziane abbandonate, soprattutto dei più poveri tra loro.  E ci ha detto che quindi se tutta la creazione è per il bene dell’uomo, a maggior ragione ci si dovrebbe preoccupare di quelle persone che non riescono ad avere le minime cure per vivere. Poi ci ha mostrato la loro casa, le sale e le camere degli ospiti e poi abbiamo passato un momento insieme a loro. Queste persone ci hanno manifestato la loro gioia di vederci con i loro sorrisi e la loro gentilezza nei nostri riguardi. In seguito ci è stato offerto un aperitivo. Durante questo momento, una delle persone accolte, la nonna di uno di noi (i due vivevano insieme per strada, la signora è stata accolta dalle suore e il ragazzo è con noi), è venuta per manifestare la sua gioia, ci ha benedetti in due lingue diverse (lingala e lari) per essere sicura che tutti potessero comprendere. Ha implorato su di noi lo Spirito Santo e ci ha affidati a Maria. Lei era molto contenta di vederci e ci ha detto “Kuleno beno batu” che in lari vuol dire: “crescete, diventate delle persone per bene”. Poi ci ha lasciati tutta contenta.</p>
<p>Usciti di là, ci siamo diretti verso il centro città per poi tornare sui nostri passi. A casa abbiamo messo in comune le nostre riflessioni soprattutto circa il fatto che se la creazione è per noi, non vuol dire che però dobbiamo abusarne. E lì abbiamo cominciato a riflettere in che modo celebrare la giornata di domenica.</p>
<p>Il sabato precedente la giornata dell’ambiente abbiamo preso la risoluzione che prima di fare le grandi cose all’esterno è importante fare bene già nella nostra vita, nella nostra casa. Per questo ci siamo impegnati a prenderci cura della casa e del giardino, mettendo ordine e pulizia, innaffiando tutto anche l’erba e gli alberi, prendendoci cura dei nostri cani. Alla fine della giornata abbiamo capito che sebbene l’uomo sia il centro della creazione, questo non vuol dire che deve rendere la natura sua schiava ma al contrario, deve far sentire anche agli esseri indifesi che noi ci prendiamo cura di loro perché – come diceva san Francesco – sono nostri fratelli e sorelle.</p>
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		<title>Fr. Adolfo, Lettera di Maggio</title>
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		<pubDate>Sun, 15 May 2011 06:03:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Si dice che Francesco d’Assisi corresse piangendo per i boschi urlando la verità che gli stava a cuore: l’amore non è amato. Dio, il sommo amore, Colui che è all’origine di ogni bene per ciascuno di noi… Colui che si dona continuamente e che per noi è in agonia fino alla fine dei tempi… non è amato. Chissà quali corde dell’anima di Francesco erano toccate dal dolore di una consapevolezza così profonda e triste al tempo stesso da farlo vibrare di pianto di fronte all’ingratitudine umana… l’amore… certo però c’è un’altra espressione di Dio che da sempre subisce un supplizio continuo, non solo non è amata, ma è anche detestata, stracciata, lacerata, peggio: vista come uno scandalo, qualcosa da tenere lontana, che impedisce il normale andamento delle cose… ecco la sorte della verità. La verità non è amata. Pensavo a questo mentre, al volante nel traffico caotico delle 8 di mattina, ascoltavo la radio e seguivo le notizie internazionali. Dagli Stati Uniti è stata fatta un’analisi sulla libertà religiosa nel mondo e tra le note negative figura la Cina (giustamente) la quale ha risposto infastidita denunciando l’analisi di pregiudizio e ideologia… ideologie dunque i massacri dei monaci tibetani, la Chiesa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Si dice che Francesco d’Assisi corresse piangendo per i boschi urlando la verità che gli stava a cuore: l’amore non è amato. Dio, il sommo amore, Colui che è all’origine di ogni bene per ciascuno di noi… Colui che si dona continuamente e che per noi è in agonia fino alla fine dei tempi… non è amato. Chissà quali corde dell’anima di Francesco erano toccate dal dolore di una consapevolezza così profonda e triste al tempo stesso da farlo vibrare di pianto di fronte all’ingratitudine umana… l’amore… certo però c’è un’altra espressione di Dio che da sempre subisce un supplizio continuo, non solo non è amata, ma è anche detestata, stracciata, lacerata, peggio: vista come uno scandalo, qualcosa da tenere lontana, che impedisce il normale andamento delle cose… ecco la sorte della verità. La verità non è amata.<br />
Pensavo a questo mentre, al volante nel traffico caotico delle 8 di mattina, ascoltavo la radio e seguivo le notizie internazionali. Dagli Stati Uniti è stata fatta un’analisi sulla libertà religiosa nel mondo e tra le note negative figura la Cina (giustamente) la quale ha risposto infastidita denunciando l’analisi di pregiudizio e ideologia… ideologie dunque i massacri dei monaci tibetani, la Chiesa sotterranea, l’impossibilità di decidere sulla propria vita di fede di cui ci parlano i nostri missionari costretti a nascondersi o a camuffarsi per non essere mandati via o peggio…<br />
In Costa d’Avorio le elezioni, comunque siano andate, hanno messo al potere un nuovo presidente. Il presidente uscente ha tentato di difendere la sua posizione con l’aiuto di due legali francesi i quali però, una volta giunti all’aeroporto si sono visti contestare la regolarità del loro visto e quindi rispediti indietro… a proposito, recentemente mi sono state spedite delle foto del conflitto in questione che criticano solo una fazione (per rispetto delle vittime non dico di quale) mostrando dunque solo le foto dei massacri perpetrati da una parte verso l’altra. Ma chi ha seguito le vicende da vicino sa che le stesse cose sono state fatte da una parte e dall’altra …  ma si sa, la verità la si può anche tagliare in due e trasformarla in mezza verità, pericolosa perché ciò che dice è vero (quindi non contestabile) ma incompleto e che quindi chiede una conoscenza approfondita per completarla con giustizia e lasciare a chi legge il diritto di interpretazione.<br />
Curioso, ricordo che la rivoluzione francese aveva come motto “liberté, egalité, fraternité” dunque niente “verité” perché la sua falsificazione riusciva come sempre necessaria per brandire a proprio gusto le altre tre bandiere che diventavano in questo modo semplici (e dunque implacabili) ideologie, anche perché poi non ci fu né libertà (periodo del terrore) né uguaglianza (i ricchi presero in mano il potere) né meno che mai fraternità (o meglio ci fu una fraternità che prese in mano le cose ma “per pochi intimi” e che porterà poi all’impero assoluto di Napoleone, salutato da tutti come eroe nazionale… e certamente non meno assolutista di Luigi XVI, ma si sa, il tempo fa dimenticare molte cose).<br />
O come quell’avanzata dei “mille” definita “popolare” (ma tra i quali non c’era neanche un contadino)… che assalendo degli stati sovrani sotto la guida e la copertura di “grigie eminenze massoniche” uccisero, derubarono, incendiarono, massacrarono, violentarono… per poi presentarla come la liberazione di un popolo oppresso finalmente libero…  cosa vuoi, come dice un detto nordamericano: “vi è qualcosa di molto peggio di non sapere: il sapere cose non vere”.<br />
La verità… uno dei cardini qui o meglio uno dei valori su cui vogliamo far crescere la vita dei nostri ragazzi, quelli che saranno gli adulti di domani, che potranno fare la differenza… o entrare nel circuito vizioso che tutto dice, tutto nega, tutto giustifica in funzione del gusto o dell’interesse del momento.<br />
Ma non è facile la verità. È qualcosa che ti rende libero, ma che per arrivare a ciò chiede il prezzo della fiducia unica in Colui che ti darà questa libertà.<br />
Durante una delle catechesi periodiche ai ragazzi, alcuni di loro (tra i più grandi) mi sorpresero per la risposta che tutto questo ebbe in loro: “allora se qualcuno fa delle cose cattive e noi lo sappiamo dobbiamo fartelo sapere?&#8230; non rischio di essere giudicato come traditore?” “è un rischio anche questo, risposi, il problema è giustamente lì: da chi ti aspetti di essere giudicato?&#8230; se il risultato  della verità è la libertà che Qualcuno ti darà, devi essere sicuro se il qualcuno a cui pensi è in grado di fare ciò. Forse mantenere il silenzio per non denunciare ti darà una ricompensa: quella di essere ancora accettato da qualcuno come “uno dei nostri”, ma è una ricompensa molto triste che dice da sola il suo squallore: per essere uno dei nostri devi far finta di non vedere, di non sentire… non devi parlare!&#8230; in breve: non devi vivere!”<br />
La libertà invece, dono di Gesù per chi lo accetta come unico Qualcuno della sua vita cui far riferimento è un dono grande, il solo che rimette nelle tue mani tutta la tua vita affinché tu possa farne veramente quello che vuoi.<br />
“E poi – ripresi – la verità è qualcosa che riguarda soprattutto te stesso, fare verità in te stesso, con te stesso, di te stesso… pensare al male altrui da denunciare è bene, ma è una seconda fase perché per denunciare qualcuno ci vuole anche un cuore capace di perdonare il male che ha fatto altrimenti lo denuncerai solo per fargli male. Per questo è importante prima di tutto mettere in luce il male che tu stesso hai fatto, affinché tu possa conoscere la grazia di essere perdonato e dunque essere in grado di capire la condizione di un altro”.</p>
<p>Mi rendo conto che quando “l’omertà” è un modo di fare diffuso, a tutti i livelli, ci vorranno anni prima di vedere dei risultati… passare dal piano personale a quello comunitario, poi a quello globale… dando per sicuro che ti sta davanti accoglierà il messaggio e lo metterà in pratica come un valore su cui costruire la sua vita e non come qualcosa per cui infiammarsi per un attimo e poi abbandonare come il seme caduto tra le pietre… (Mc 4,16)…  eppure è un cammino obbligato se vogliamo vedere risultati, se crediamo che stiamo preparando gli adulti di domani.</p>
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		<title>Fr. Adolfo, lettera di marzo</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Mar 2011 16:44:52 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[E ogni tanto una buona notizia non guasta! Il papà di uno dei nostri ragazzi è arrivato finalmente a riabbracciare dopo tanti anni suo figlio: G.M. ha vissuto con noi almeno 4 anni, quando è arrivato al centro veniva da un lungo periodo vissuto per strada per motivi che neanche a lui erano troppo chiari. Lui ricordava solo di avere avuto una famiglia felice ma che a un certo punto, suo padre non è più tornato a casa e da allora per la famiglia è cominciata la miseria che lo ha spinto poi a vivere per strada. Dopo vari mesi che stava con noi siamo riusciti a rintracciare il suo papà, rifugiato di guerra in un altro stato africano e da allora i contatti tra i due sono ricominciati. Tuttavia il papà non sarebbe (per il momento) potuto rientrare né il figlio avrebbe potuto rincontrare suo padre per una serie di circostanze, ma i due mantenevano una buona comunicazione telefonica e a volte il papà riusciva a mandare qualcosa per suo figlio. Poi per motivi di lavoro il papà ha dovuto ancora spostarsi in un altro paese, ma i contatti erano comunque frequenti. Finalmente l’occasione arriva e due degli zii [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.fratiminorilecce.org/wp-content/uploads/2010/12/brazzaville04.png"><img class="alignleft size-full wp-image-1243" title="brazzaville04" src="http://www.fratiminorilecce.org/wp-content/uploads/2010/12/brazzaville04.png" alt="" width="250" height="188" /></a></p>
<p><strong>E ogni tanto una buona notizia non guasta!</strong></p>
<p>Il papà di uno dei nostri ragazzi è arrivato finalmente a riabbracciare dopo tanti anni suo figlio: G.M. ha vissuto con noi almeno 4 anni, quando è arrivato al centro veniva da un lungo periodo vissuto per strada per motivi che neanche a lui erano troppo chiari. Lui ricordava solo di avere avuto una famiglia felice ma che a un certo punto, suo padre non è più tornato a casa e da allora per la famiglia è cominciata la miseria che lo ha spinto poi a vivere per strada.</p>
<p>Dopo vari mesi che stava con noi siamo riusciti a rintracciare il suo papà, rifugiato di guerra in un altro stato africano e da allora i contatti tra i due sono ricominciati. Tuttavia il papà non sarebbe (per il momento) potuto rientrare né il figlio avrebbe potuto rincontrare suo padre per una serie di circostanze, ma i due mantenevano una buona comunicazione telefonica e a volte il papà riusciva a mandare qualcosa per suo figlio.</p>
<p>Poi per motivi di lavoro il papà ha dovuto ancora spostarsi in un altro paese, ma i contatti erano comunque frequenti. Finalmente l’occasione arriva e due degli zii paterni arrivano da noi dicendo di voler portare il bambino da suo padre. Facciamo incontrare i due signori con il giudice per la tutela dei minori e poi il bambino può partire.</p>
<p>Al momento dei fatti io mi trovavo in Italia e ho seguito la vicenda per telefono. Appena sono rientrato ho chiamato il papà del bambino che era felicissimo, mi ha detto che tutto è andato bene e che il ragazzo era andato a comprare il pane e che da quando era rientrato voleva sentirmi per telefono. Dopo qualche minuto il papà mi ha richiamato ed è stata una lunga esplosione di gioia: G. era commosso: contento ma ancora pieno di nostalgia per gli amici che ha lasciato… coraggio G., la vita ti ha sorriso ancora, vai per la tua strada e speriamo che anche per altri si possa realizzare un esito altrettanto felice.</p>
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		<title>Speciale Giornata dei Martiri Missionari 24 marzo</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Mar 2011 07:38:42 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><embed style="width: 150px; height: 69px" height="69" type="application/x-mplayer2" pluginspage="http://www.microsoft.com/Windows/MediaPlayer/" width="150" src="http://www.radiofratesole.it/rassegnastampa/specialmartiri.mp3" showstatusbar="true" showpositioncontrols="true" showaudiocontrols="true" showcontrols="true" bufferingtime="5" autoplay="false" autostart="false" controller="false" volume="50"></embed></p>
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		<title>Buon Natale da Fr. Adolfo (Brazzaville)</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Dec 2010 07:32:28 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[O Signore, che io non cerchi tanto di essere compreso quanto piuttosto di comprendere… un cammino in croce? Questa strofa della preghiera attribuita a san Francesco, mi da l’occasione di cominciare questa (spero) breve lettera di auguri di buon Natale. In quella preghiera troviamo tanti passi legati certamente alle opere di misericordia che un cristiano dovrebbe praticare&#8230; dovrebbe, certamente con il condizionale&#8230; Ma quante condizioni mettiamo tra il dire e il fare, tra il proposito e l’azione. Siamo capaci di infiammarci fino a dare la vita&#8230; e a volte basta un niente per renderci altrettanto capaci di buttare tutto all’aria: propositi, pensieri, intenzioni e, insieme a questi, amicizie, relazioni, impegni presi&#8230; in nome di un non ben specificato bisogno (personale o egoistico) di stare per conto mio, di riflettere, di pensare a me stesso&#8230; di risolvere i miei problemi&#8230; Dunque quelli che si impegnano in un progetto (famiglia, lavoro, servizio, consacrazione&#8230;) non hanno problemi personali da risolvere? Non pensano mai a se stessi? Non riflettono mai? Non stanno mai per conto loro? Certo che si, solo che si impara a fare l’uno senza trascurare l’altro. Altrimenti noi stessi ci giudichiamo – attraverso le nostre azioni – incapaci di prendere un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><strong><a href="http://www.fratiminorilecce.org/wp-content/uploads/2010/12/brazzaville04.png"><img class="alignleft size-full wp-image-1243" title="brazzaville04" src="http://www.fratiminorilecce.org/wp-content/uploads/2010/12/brazzaville04.png" alt="" width="250" height="188" /></a>O Signore, che io non cerchi tanto di essere compreso </strong></p>
<p align="center"><strong>quanto piuttosto di comprendere…</strong></p>
<p align="center"><em>un cammino in croce?</em></p>
<p>Questa strofa della preghiera attribuita a san Francesco, mi da l’occasione di cominciare questa (spero) breve lettera di auguri di buon Natale.</p>
<p>In quella preghiera troviamo tanti passi legati certamente alle opere di misericordia che un cristiano dovrebbe praticare&#8230; dovrebbe, certamente con il condizionale&#8230; Ma quante condizioni mettiamo tra il dire e il fare, tra il proposito e l’azione. Siamo capaci di infiammarci fino a dare la vita&#8230; e a volte basta un niente per renderci altrettanto capaci di buttare tutto all’aria: propositi, pensieri, intenzioni e, insieme a questi, amicizie, relazioni, impegni presi&#8230; in nome di un non ben specificato bisogno (personale o egoistico) di <em>stare per conto mio</em>, di <em>riflettere</em>, di <em>pensare a me stesso</em>&#8230; di <em>risolvere i miei problemi</em>&#8230; Dunque quelli che si impegnano in un progetto (famiglia, lavoro, servizio, consacrazione&#8230;) non hanno problemi personali da risolvere? Non pensano mai a se stessi? Non riflettono mai? Non stanno mai per conto loro? Certo che si, solo che si impara a fare l’uno senza trascurare l’altro. Altrimenti noi stessi ci giudichiamo – attraverso le nostre azioni – incapaci di prendere un impegno, inaffidabili, poiché, se un “impegno di valore maggiore” (personale = egoistico) arriverà, manderemo il tutto a quel paese.</p>
<p>E già, perché cosa diciamo allora a coloro con i quali ci impegniamo (lavoro, servizio, amicizie, comunità, ragazzi, anziani, poveri&#8230;Dio&#8230;): tu sei importante per me, ma prima di te vengo <span style="text-decoration: underline;">io</span> e i <span style="text-decoration: underline;">miei</span> interessi “personali” (egoistici)&#8230; prima di te viene la <span style="text-decoration: underline;">mia</span> famiglia&#8230; prima di te ci sono <span style="text-decoration: underline;">io</span>&#8230;</p>
<p>E allora dove va a finire quella Parola di Gesù: “Se qualcuno vuole venire dietro di me, <span style="text-decoration: underline;">rinneghi se stesso</span>, prenda la sua croce e mi segua”&#8230; noi vogliamo seguire Gesù, nei piccoli, nei poveri, nelle amicizie contratte, nella fraternità, nel servizio, nell’impegno&#8230; ma dunque senza rinunciare a noi stessi?</p>
<p>Chi si mette al seguito di Gesù é una persona che ha rinnegato se stessa, nel senso che non esiste più se non per il servizio agli altri. Rinnegarsi vuol dire ignorare le proprie aspirazioni, anche giuste e buone, le proprie rivendicazioni, per fare proprie quelle degli altri. Solo colui che ha rinunciato ai propri diritti potrà lottare per i diritti degli altri. Non significa solo vincere le tentazioni, l’egoismo ecc&#8230;, ma anche rinunciare ai propri interessi legittimi, in breve: fare la scelta di Cristo fino in fondo. Colui che segue Gesù, non esiste più per se stesso. Come possiamo ancora dire espressioni come: ho diritto a questo, ho diritto a quello&#8230;sento che devo staccare un po’ la spina, che ho bisogno di pensare un po’ a me&#8230;?</p>
<p>Portare la propria croce non é la conclusione, l’esito&#8230; ma piuttosto l’inizio, la condizione per seguire Gesù. Come se Gesù ci dica “tu non puoi seguirmi fino alla fine, se non cominci da qui: portare la tua croce”. Portare la propria croce e seguirlo&#8230;</p>
<p>Il programma che Gesù propone non é semplice : chiede una buona dose di volontà e di coraggio che a volte possono diminuire. La Passione, se vogliamo credere al Vangelo, é l’inevitabile eredità che Gesù lascia ai suoi discepoli. Non ci sono alternative:</p>
<p>o   O rinunci a essere discepolo di Cristo;</p>
<p>o   O ti carichi dello stesso programma di sofferenze e di umiliazioni;</p>
<p>Se vuoi l’uno, devi rinunciare all’altro. Questo non vuol dire che la sofferenza possa essere uno scopo. Lo scopo é la gioia. Tuttavia, il dolore, il sacrificio e la sofferenza, sono il prezzo della gioia. Ma questa gioia, che é il nostro obiettivo, <span style="text-decoration: underline;">é prima di tutto la gioia dell’altro</span>: per questo ci diventa talvolta fonte di sofferenza. Se io non cerco che la mia gioia, non avro’ né la mia né quella dell’altro poiché questo cammino sul quale tutti avanziamo bene o male al seguito di Gesù, noi lo sappiamo, passa per il Calvario. E come discepoli, noi non possiamo evitarlo. Diceva R. Cantalamessa : “chi cerca Gesù senza la croce, troverà la croce senza Gesù”.</p>
<p>Tutti abbiamo bisogno di essere amati e di consolare, di essere compresi e di ricevere&#8230; ma non é forse vero che al seguito di Gesù abbiamo scoperto che <em>c’é più <strong>gioia</strong> nel dare che nel ricevere</em> (At 20, 35)?</p>
<p>E forse che se nei nostri cuori troppo spesso alberga la <strong>tristezza</strong> (che diventa poi radice di frustrazione, di rivendicazioni, di giustificazioni gratuite ad ogni nostro capriccio&#8230;) dipende dal fatto che cerchiamo di <span style="text-decoration: underline;">ricevere</span> più che <span style="text-decoration: underline;">dare</span>?</p>
<p>Vediamo che non ci considerano troppo? Consideriamo noi gli altri.</p>
<p>Vediamo che non siamo informati come vorremmo? Impegniamoci noi nell’informazione.</p>
<p>Vediamo che non siamo interpellati per delle scelte importanti? Interpelliamo noi altri per le scelte importanti della nostra vita.</p>
<p>Aggiungiamo in silenzio quello che manca: <em>diventiamo il cambiamento che vorremmo vedere</em> (Gandhi).</p>
<p> </p>
<p>O Signore, che io non cerchi tanto di essere compreso quanto piuttosto di comprendere…</p>
<p> </p>
<p>Quella preghiera venne chiamata “preghiera della pace” quando Tom Connally la lesse alla tribuna dell’ONU durante la conferenza del 1945 a S. Francisco.</p>
<p>Ma sarà una preghiera della pace solo se passeremo dal pensiero all’azione, dai propositi alle opere, dalla poesia alla realtà.</p>
<p>Già, perché si tratta di rendere la realtà bella come la poesia, affinché la nostra vita sia un’altra poesia che riscaldi il cuore degli altri e li spinga a non cedere alla tentazione di rendere anche la poesia stridente e dura come la propria realtà (ricordate i poeti ermetici di 100 anni fa?).</p>
<p>Se non viviamo come pensiamo, finiremo per pensare come viviamo (diceva un nostro insegnante di filosofia).</p>
<p align="center">Oh Signore, fa di me la poesia della tua pace.</p>
<p align="center">Buon Natale.</p>
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		<title>Fr. Adolfo: Lettera di ottobre</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Oct 2010 17:27:32 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[« Amo la Chiesa Cattolica perché dove lei é présente, sono presenti mezzi di assistenza, di sviluppo, di promozione umana e sociale… » Una bella affermazione che rischia di sembrare anche banale o trionfalistica, soprattutto alle orecchie di certi sedicenti cattolici per cui tutto é buono tranne che la Chiesa&#8230; ebbene l’affermazione viene dalla bocca di Ahmed, un musulmano che ho conosciuto nella corsia di un ospedale mentre aspettavo che i dottori finissero il giro di routine nella camera in cui era ricoverato uno dei nostri ragazzi. Ahmed é stato una scoperta per me: un uomo sulla quarantina, che si occupa di vendite di articoli per ferramenta all’ingrosso. Mi parlava citandomi frasi dei padri della Chiesa e mostrava una grande conoscenza della storia della Chiesa. “Non sopporto l’azione delle “chiese del risveglio” (una serie di sette presenti in tutto il territorio, guidate da sedicenti pastori che hanno come scopo quello di arricchirsi sfruttando la povertà e la semplicità della gente, n.d.a.), perché imbrogliano le persone: mostrano l’immagine di un Dio che deve fare quello che tu chiedi solo perché tu versi dei soldi nella cassa del pastore&#8230; invece rispetto la Chesa cattolica perché invita i fedeli a mettersi a disposizione di quello [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.fratiminorilecce.org/wp-content/uploads/2010/10/atolfo02.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-1138" title="atolfo02" src="http://www.fratiminorilecce.org/wp-content/uploads/2010/10/atolfo02-94x300.png" alt="" width="94" height="300" /></a>« Amo la Chiesa Cattolica perché dove lei é présente, sono presenti mezzi di assistenza, di sviluppo, di promozione umana e sociale… »</p>
<p>Una bella affermazione che rischia di sembrare anche banale o trionfalistica, soprattutto alle orecchie di certi sedicenti cattolici per cui tutto é buono tranne che la Chiesa&#8230; ebbene l’affermazione viene dalla bocca di Ahmed, un musulmano che ho conosciuto nella corsia di un ospedale mentre aspettavo che i dottori finissero il giro di routine nella camera in cui era ricoverato uno dei nostri ragazzi.</p>
<p>Ahmed é stato una scoperta per me: un uomo sulla quarantina, che si occupa di vendite di articoli per ferramenta all’ingrosso. Mi parlava citandomi frasi dei padri della Chiesa e mostrava una grande conoscenza della storia della Chiesa.</p>
<p>“Non sopporto l’azione delle “chiese del risveglio” (una serie di sette presenti in tutto il territorio, guidate da sedicenti pastori che hanno come scopo quello di arricchirsi sfruttando la povertà e la semplicità della gente, n.d.a.), perché imbrogliano le persone: mostrano l’immagine di un Dio che deve fare quello che tu chiedi solo perché tu versi dei soldi nella cassa del pastore&#8230; invece rispetto la Chesa cattolica perché invita i fedeli a mettersi a disposizione di quello che Dio vuole”.</p>
<p>Poi discutiamo un po’ di quello che succede all’interno delle nostre rispettive comunità: “non capisco perché accanto al beneche la Chiesa cattolica fa, ci siano anche persone che non temono Dio, dei servitori di Dio che si permettono di fare delle azioni che un uomo dovrebbe avere vergogna solo al pensarle.. certo, anche da noi ci sono delle persone che compiono azioni terroristiche e che la comunità condanna, e che versano la vergogna e la sfiducia su tutto il mondo musulmano”.</p>
<p>Poi, Ahmed si ferma e senza dire niente srotola il suo tappeto con tanto di bussola all’interno che dà la direzione della Mecca e si mette a pregare. Io resto in silenzio, tiro fuori la coroncina del Rosario e anch’io comincio a pregare, in una situazione del tutto insolita per me, ma per la quale  continuavo a ringraziare Dio.</p>
<p>Poi chiedo ad Ahmed se nel paradiso dei musulmani c’é posto anche per altri. “Tutti quelli che sono venuti prima di Mosé, e che hanno vissuto rettamente, secondo la legge naturale, del rispetto e della condivisione, sono in paradiso. Ma dopo Mosé, se non hanno accolto la sua parola, che é parola di Dio, non possono accedervi. Quelli poi che hanno accolto la predicazione di Mosé, ma che alla venuta di Gesù non si sono convertiti a Lui, non possono entrare nel paradiso. Quelli poi che hanno creduto alla Parola di Gesù ma che all’avento di Maometto non si sono convertiti a lui, non possono entrare nel paradiso”. Dunque, dico, per me non c’é posto?</p>
<p>Non mi risponde. Poi mi dice: “tuttavia il Corano mentre ci invita a fare di tutto per convertire all’islam tutto il mondo, ci impone di non ricorrere mai alla violenza perché non si puo’ credere per  paura. Se dunque vediamo che dall’altra parte non ci sarà mai volontà di conversione, no ci proviamo neanche”.</p>
<p>Poi mi chiede: e da voi? “per noi, nel paradiso, c’é posto anche per te: Per noi cristiani l’ingresso nel Regno di Dio non si ottiene solo perché sei battezzato o perché hai creduto in Gesù, ma perché hai avuto misericordia per chi aveva bisogno di te, cosi’ dice Gesù nel vangelo di Matteo “ho avuto fame e mi avete dato da mangiare” e quando costoro diranno: “ma quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare?” Gesù risponderà: “quando lo avete fatto al più piccolo di questi miei fratelli&#8230;”, dunque c’é posto anche per chi fa il bene ma non conosce Gesù”&#8230;</p>
<p>“ah si, é vero, per voi l’amore é la cosa più importante&#8230;” e poi resta in silenzio.</p>
<p>Poi mi guarda ancora e mi chiede: “ho bisogno che tu, in quanto prete, mi aiuti a discernere&#8230; tu pensi che i cristiani di qui (del Congo) si possono considerare veramente cristiani?”</p>
<p>Capisco che Ahmed é troppo intelligene per pormi delle domande banali, e che dunque dietro questo dubbio c’é qualcosa di pesante che si nasconde&#8230;</p>
<p>“Tecnicamente, un cristiano é una persona che ha ricevuto il Battesimo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, e che dunque crede che Gesù é il figlio di Dio e Dio lui stesso&#8230; quindi – se vogliamo – non é un problema di morale, cioé del come tu vivi la tua fede, ma un problema di sacramento&#8230; anche se un cristiano battezzato non vive coerentemente la sua fede, resta cristiano per sempre, e poi puo’ sempre pentirsi e ricominciare un cammino di conversione&#8230;”</p>
<p>“Tra coloro che si reputano cristiani in questo paese, possiamo allora definire cristiani i cattolici, i protestanti e gli ortodossi, ma i kimbanghsti (una chesa locale, n.d.a.) e le chiese del risveglio no, perché mancano di questi elementi fondamentali”.</p>
<p>“Vedi – mi dice – nella comunità abbiamo un problema serio: il Corano ci permette di sposare solo donne musulmane. Tuttavia é tollerato sposare non musulmane purché siano almeno o di fede ebraica o cristiane. Ora da tempo nella comunità installata qui, molti di noi hanno preso in moglie delle donne che vengon dalla chiesa kimbanghista o dalle chiese del risveglio, ma da tempo i nostri teologh si chiedono se sono veramente cristiane&#8230; se non lo sono, quei matrimoni non sono validi perché non ci é permesso di prendere in moglie delle non cristiane”.</p>
<p>“Certo – rispondo – esiste anch un altro modo di essere cristiani, e cioé il desiderio di diventarlo in condizioni in cui le cause esterne non te lo permettono: per questo non é facile dare un giudizio in quanto non puoi sapere cosa c’é nel cuore di una persona che forse era costretta a stare in una di queste sette suo malgrado”.</p>
<p>Resta in silenzio e poi mi chiede: “ma perché voi vi ostinate a dire che Gesù é Dio? Come puo’ Dio degradarsi alla natura umana?”</p>
<p>Gli dico: “lo ha fatto nella sua Onnipotenza e nella sua libertà di fare quello che vuole&#8230; chi siamo noi a dover dire a Dio quello che deve o non deve, quello che puo’ o che non puo’ fare? Ha scelto cosi’ per rendersi ancora più vicino a noi&#8230;”</p>
<p>Mi risponde: “l’islam é cosi’ semplice: Dio é Uno, il Padre e questo é tutto&#8230; é vero che nel vostro Vangelo Gesù dice “chi vede me vede il Padre” ma é un modo di dire comune, anche Maometto lo dice ma lungi da lui l’idea di significare con questo una identità&#8230; Dio che si fa uomo&#8230; non pensi che sia troppo indegno di Dio questo abbassamento&#8230;?”</p>
<p>“certo – gli dico – per questo lo ha fatto”.</p>
<p>Ahmed resta in silenzio. Non parliamo più. Dopo un po’ il ragazzo che avevo accompagnato esce dall’ambulatorio. Stiamo per andare via. Saluto Ahm ed.</p>
<p>“Spero che verrai a trovarmi, vorrei ancora parlare con te”, mi dice. E con un gran sorriso sul volto mi stringe la mano e mi saluta.</p>
<p>A rivederci, Ahmed e che Dio ci faccia gustare i frutti di questo incontro.</p>
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		<title>Fr. Adolfo: lettera di Agosto</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Aug 2010 17:51:18 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Durante il mese di agosto abbiamo avuto diversi ospiti nel centro di Makabandilu e allora ho voluto che fossero loro stessi a parlare un po’ di questa esperienza nel centro di accoglienza. Ho approfittato di un momento durante la sosta pomeridiana per fare a Francesco e ad Irene alcune domande: fr Adolfo: ciao Francesco, come prima cosa vorrei chiederti&#8230; perché ti trovi qui? (Francesco resta diversi minuti in silenzio e poi risponde): ho sentito il bisogno di fare qualcosa che potesse aiutare delle persone&#8230; poi, l’Africa mi attirava particolarmente rispetto ad altri posti&#8230; e poi quasi per un senso di&#8230; credo che la società occidentale abbia delle responsabilità per la situazione in cui versa questo continente oggi, e dunque una specie di dovere di coscienza, anche se poi, vivendo qui, scopro che non é proprio cosi’, non sempre&#8230;che ci sono anche delle responsabilità locali&#8230; sono venuto qui pensando di mettermi a disposizione di qualcuno, ma in realtà é successo il contrario. Poi piano piano le motivazioni sono cambiate&#8230; fr Adolfo: in che senso? Francesco: nel senso che ora scopro che qui sto bene perché ho trovato una gentilezza e una solidarietà che in Italia non trovo&#8230; ad esempio ero sceso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.fratiminorilecce.org/wp-content/uploads/2010/08/n1317087022_170233_2320.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-939" title="n1317087022_170233_2320" src="http://www.fratiminorilecce.org/wp-content/uploads/2010/08/n1317087022_170233_2320-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Durante il mese di agosto abbiamo avuto diversi ospiti nel centro di Makabandilu e allora ho voluto che fossero loro stessi a parlare un po’ di questa esperienza nel centro di accoglienza. Ho approfittato di un momento durante la sosta pomeridiana per fare a Francesco e ad Irene alcune domande:</p>
<p><strong>fr Adolfo</strong>: ciao Francesco, come prima cosa vorrei chiederti&#8230; perché ti trovi qui?</p>
<p>(Francesco resta diversi minuti in silenzio e poi risponde): ho sentito il bisogno di fare qualcosa che potesse aiutare delle persone&#8230; poi, l’Africa mi attirava particolarmente rispetto ad altri posti&#8230; e poi quasi per un senso di&#8230; credo che la società occidentale abbia delle responsabilità per la situazione in cui versa questo continente oggi, e dunque una specie di dovere di coscienza, anche se poi, vivendo qui, scopro che non é proprio cosi’, non sempre&#8230;che ci sono anche delle responsabilità locali&#8230;</p>
<p>sono venuto qui pensando di mettermi a disposizione di qualcuno, ma in realtà é successo il contrario. Poi piano piano le motivazioni sono cambiate&#8230;</p>
<p><strong>fr Adolfo</strong>: in che senso?</p>
<p><strong>Francesco</strong>: nel senso che ora scopro che qui sto bene perché ho trovato una gentilezza e una solidarietà che in Italia non trovo&#8230; ad esempio ero sceso al ruscello per lavare la biancheria e un ragazzo mi vede e mi dice che siccome la roba era tanta, lui mi avebbe aiuto a lavare&#8230; piccole cose, ma che lasciano il segno. Mi piace stare qui anche perché é come un mondo che si é fermato a diversi decenni fa (rispetto a noi in Italia), e quello che da noi puo’ sembrare strettamente necessario, qui é in realtà superfluo: ad esempio non c’é la lavatrice ma scopri che é anche bello lavare la biancheria al ruscello; la corrente c’é solo quando accendiamo il gruppo per un paio d’ore e non a qualunque momento del giorno o della notte, e anche questo ti inserisce in un ritmo che é piu’ lento ma anche  per questo più umano;</p>
<p>scopri che molte cose allora non sono necessità e che al tempo stesso ne comprendi altre come necessarie&#8230;</p>
<p><strong>fr Adolfo</strong>: cosa hai scoperto di necessario qui per la vita?</p>
<p><strong>Francesco</strong>: ad esempio il senso di una comunità. Caratterialmente non sono un amante del “gruppo”, pero’ qui mi sono scoperto, al contrario, contento di stare in una comunità; capisco che se uno vive da solo ha molte meno chances&#8230; ed é quello che credo manchi in Italia, nel senso che hai tutte le comodità ma non trovi la solidarietà.</p>
<p><strong>Fr Adolfo</strong>: perché non sia un’esperienza “da consumare” e gettarsi alle spalle, come pensi di integrare nella tua vita cio’ che di positivo hai vissuto qui?</p>
<p><strong>Francesco</strong>: l’accoglienza della diversità, del confronto&#8230; credo che sto imparando a vederle sotto una nuova prospettiva.</p>
<p><strong>Fr Adolfo</strong>: e tu Irene?</p>
<p><strong>Irene</strong>: in effetti sento il rischio di venire fagocitata di nuovo dal “sistema”, dalla vita frenetica&#8230; considerare il tutto come un bel ricordo che poi sbiadirà, senza riuscire a farne tesoro concreto per la vita&#8230; é difficile portare qualcosa da qui e riuscire a viverlo in un altro contesto. Credo che mi ci vorrebbe molto più tempo qui per capire perché veramente sono qui&#8230;</p>
<p>(Francesco interviene): se il cristiano vive per mettersi a servizio del prossimo&#8230; <strong><span style="text-decoration: underline;">si puo’ essere “cristiani” senza credere in Dio?</span></strong></p>
<p>(l’argomento ci fa caldo: Francesco fin dal primo giorno mi disse <span style="text-decoration: underline;">di non essere credente</span>)</p>
<p><strong>Francesco</strong>: in sostanza&#8230; quello che voi fate é bello&#8230;ma&#8230; sarebbe potuto nascere ugualmente qualcosa di bello, qualcosa in cui ci si dà totalmente per chi é in difficoltà&#8230; senza che dietro ci siano  delle motivazioni di fede?</p>
<p><strong>Fr Adolfo</strong>: non lo so, pero’ vorrei che fosse cosi’. Sarei contento di sapere che credenti e non credenti, di questa o di quella religione, scoprissero nell’amore gratuito e fino alla fine, il segreto della vita. Essere cristiani senza credere in Dio&#8230;? Giro la risposta sulla base della tua domanda: si puo’ mettere la propria vita a servizio dell’altro senza essere cristiani, questo si’, credo sia possibile, pero’ é necessario un motivo forte, una “stella” che ti guidi e ti sostenga anche nei momenti di sconforto, quando sei tentato di mollare tutto perché non sei capito o perché proprio le persone che aiuti ti si rivoltano contro&#8230; in quel momento un cristiano resta al suo posto, e fa della sua vita “eucaristia”, perché lo fa per amore e sa che malgrado le negatività, le incomprensioni, le difficoltà, deve continuare per il bene di quelle persone, anche se proprio loro saranno a volte la causa dei tuoi guai. Perché forse per quelle persone é l’unica occasione per conoscere l’amore. E questo é per un cristiano “evangelizzare”. Ma un non cristiano puo’ avere un motivo altrettanto forte? Forse, ma in ogni modo, un motivo é fondamentale. Diceva Seneca: “non c’é vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare”. Occorre un riferimento forte nella vita, una stella che illumini il tuo sentiero, e se sei onesto e aperto, io credo che alla fine cristiano lo diventi&#8230; <em>anche se forse non lo saprai</em>.</p>
<p>Quando Gesù accoglie gli uomini nel giorno del giudizio, dirà ai giusti: venite benedetti dal Padre mio&#8230;perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare&#8230; e di fronte allo smarrimento di coloro che “non lo conoscevano” Egli risponderà: “in realtà, tutto quello che avete fatto a uno dei più piccoli di questi miei fratelli, l&#8217;avete fatto a me” (Mt 25).</p>
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		<title>Fr. Adolfo: lettera di luglio</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jul 2010 09:34:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Le scuole sono finite e il nostro centro ne é comunque uscito abbastanza bene. Solo due dei nostri ragazzi sono stati bocciati mentre la maggior parte degli altri sono fra i primi della classe. Adesso ci organizziamo per il periodo di vacanze: alcuni dei ragazzi più grandi hanno chiesto di andare a lavorare presso dei muratori, i più piccoli hanno cominciato un corso di inglese e altri stanno ancora cercando il modo migliore per investire questo periodo di vacanze da scuola. Non mancano le visite: ancora pochi giorni fa un altro giovane abitante delle strade di questa città si é presentato al centro chiedendo di essere aiutato a sostenere un’operazione di ernia. Quello dell’ernia é un problema molto diffuso tra i ragazzi di strada, probabilmente perché fin da piccoli, per poter mangiare, fanno tutti i lavori che possono per strada, soprattutto al porto dove si offrono come portantini per scaricare e trasportare bagagli troppo spesso al di là delle loro capacità fisiche. Ma un ragazzo che vive per strada come puo’ affrontare un problema di ernia? Soprattutto tenuto conto del fatto che, abituati come sono al dolore, vengono a chiedere un aiuto solo quando il problema é diventato veramente grave. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-509" href="http://www.fratiminorilecce.org/fr-adolfo-lettera-di-luglio/atolfo"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-509" title="atolfo" src="http://www.fratiminorilecce.org/wp-content/uploads/2010/07/atolfo-150x150.png" alt="atolfo" width="150" height="150" /></a>Le scuole sono finite e il nostro centro ne é comunque uscito abbastanza bene. Solo due dei nostri ragazzi sono stati bocciati mentre la maggior parte degli altri sono fra i primi della classe. Adesso ci organizziamo per il periodo di vacanze: alcuni dei ragazzi più grandi hanno chiesto di andare a lavorare presso dei muratori, i più piccoli hanno cominciato un corso di inglese e altri stanno ancora cercando il modo migliore per investire questo periodo di vacanze da scuola. Non mancano le visite: ancora pochi giorni fa un altro giovane abitante delle strade di questa città si é presentato al centro chiedendo di essere aiutato a sostenere un’operazione di ernia. Quello dell’ernia é un problema molto diffuso tra i ragazzi di strada, probabilmente perché fin da piccoli, per poter mangiare, fanno tutti i lavori che possono per strada, soprattutto al porto dove si offrono come portantini per scaricare e trasportare bagagli troppo spesso al di là delle loro capacità fisiche.</p>
<p>Ma un ragazzo che vive per strada come puo’ affrontare un problema di ernia? Soprattutto tenuto conto del fatto che, abituati come sono al dolore, vengono a chiedere un aiuto solo quando il problema é diventato veramente grave.</p>
<p>A. fu operato il mese scorso e adesso é il turno di C.</p>
<p>E dunque per un’ernia (tutto compreso: medicine, ricette mediche ecc.) ci vogliono circa 150 euro. Non é la prima volta che ci carichiamo di una spesa del genere per un ragazzo che non vive nel centro e che dunque non ha un seppure minimo sostegno economico da chi ci aiuta dall’italia. E poi sai che non é l’unico, al tempo stesso sai che non puoi fare tutto se no rischi di finire i soldi a disposizione e alla fine non puoi fare neanche quello che stai facendo. Con la consapevolezza che cio’ che fai é sempre e solo una goccia nell’oceano di bisogni. E allora che fai? Ti affidi alla provvidenza.</p>
<p>Un’operazione di ernia costa: l’ospedale non fa sconti né beneficenza. Già se paghi non sei sicuro del trattamento o della riuscita, viste le condizioni dell’ospedale e il modo in cui molti dottori operano. Qualche mese fa abbiamo fatto ingessare un ragazzo e al controllo un mese dopo abbiamo constatato che il gesso era stato messo male, la frattura era diventata ora due mezze ossa accavallate e il tutto rischiava di complicarsi ulteriormente.</p>
<p>“si, é vero, ma se volete che lo  sistemiamo dovete pagare l’intervento”. “ma l’errore é stato il vostro&#8230;” “oh si, sapete qui danno queste piccole operazioni (mettere il gesso) agli stagers (studenti in formazione pratica) e spesso le fanno male&#8230; ma l’ospedale non puo’ caricarsi di spese&#8230;”.</p>
<p>Allora paghiamo, per non farla lunga (tanto é una battaglia persa) e per il bene del ragazzino ingessato. Una volta pagato il tutto chiedono tre sacche di sangue e tutto l’occorrente per l’operazione. Fatto questo, “ci vediamo <em>venerdi’</em> prossimo”. Il <em>venerdi</em> successivo andiamo e dopo quattro ore e mezza di attesa ci dicono che a causa di problemi elettrici le operazioni sono state rinviate: tornate <em>venerdi</em>! E cosi, di  <em>venerdi</em> in <em>venerdi</em>, con il ragazzo ingessato avanti e indietro per almeno due mesi e mezzo&#8230; e l’osso aveva già cominiciato il suo processo di calcificazione e ora premeva contro i muscoli rischiando una cancrena.</p>
<p>Decidiamo allora di cambiare ospedale, ma anche li i tempi sono lunghissimi&#8230; “e poi c’é da fare una trazione, mettere viti ecc&#8230; e per il momento non ne abbiamo&#8230;”.</p>
<p>Decidiamo di trasferire il ragazzo a K. (in un altro paese). Il giorno che stiamo per fare il viaggio é un <em>venerdi</em>&#8230; chissà – ci diciamo – se per caso all’ospedale non sia il <em>venerdi</em> buono: andiamo a vedere!</p>
<p>Tre ore di attesa, poi un dottore ci viene incontro e ci dice che il nostro dossier non é li&#8230; “dove avete consegnato il vostro dossier&#8230;?”</p>
<p>Chiediamo chiarimenti e per tutta risposta ci sbattono la porta in faccia. Eppure abbiamo fatto tutto, pagato, dato il sangue, consegnato i dossier&#8230; <em>ogni venerdi</em> ci hanno anche detto che tutto é ok, <em>venerdi prossimo</em> tocca a voi&#8230;</p>
<p>Il ragazzo é tasferito a K. (viaggio internazionale). Dal centro per casi complicati lo mandano in un ospedale che é ancora più lontano, a Ks., in un’altra regione. Ora lo hanno operato e aspettiamo l’esito.</p>
<p>Questo é solo un caso che noi abbiamo seguito più da vicino. Ma quanti altri ce ne sono? Quanti ignorati, dimenticati solo perché non possono pagare o solo perché non hanno diritto di parola? Negli ospedali qui devi avere corsie preferenziali per essere curato: paghi a destra e a sinistra e non é neanche detto che ti vada bene. I dottori spesso sono assenti perché hanno le loro cliniche private. E se ti arriva un caso urgente ti possono rispondere: “il dottore torna domani e ha portato con sé alche le macchine&#8230;!” (é già successo per la mamma di un frate, dunque una situazione che conosciamo molto bene: ci hanno detto di tornare domani” con una persona che era ormai in coma! Poi la donna é morta).</p>
<p>Abbiamo un caso di una suora operata di appendicite. Da allora non c’é più riposo per lei. Le hanno fatto un danno irrimediabile e alla fine é ora in Francia per essere seguita in un centro specializzato&#8230; ma oramai il danno é fatto.</p>
<p>A volte penso che sarebbe il caso di organizzarlo noi un ospedale. Ultimamente abbiamo realizzato (con l’aiuto di alcune ong) un ambulatorio nel nostro villaggio. Poco, certo, ma già qualcosa. Chissà se riusciremo un giorno a ingrandirlo, a mettere dei dottori capaci, dei volontari che operano nella sanità per “missione” e non solo per soldi&#8230; per ora con il nostro bicchiere, gettiamo fuori dalla barca che cola a picco, l’acqua che entra dalla falla dei problemi di questo paese&#8230; sembra un’operazione disperata, ma per ora non possiamo fare che questo. Solo sappiamo che su questa barca, seppure spesso le difficoltà ce lo fanno dimenticare, Gesù é con noi. Ed é lui che ci ridà la misura della nostra missione, la pecora perduta, rischiando di perdere nel deserto le altre 99 abbandonate. Forse non riusciremo a salvare tutti, ma non possiamo trascurare la persona che oggi ci chiede di salvargli la vita.</p>
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