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Fr. Adolfo: lettera di luglio

12 luglio 2010

atolfoLe scuole sono finite e il nostro centro ne é comunque uscito abbastanza bene. Solo due dei nostri ragazzi sono stati bocciati mentre la maggior parte degli altri sono fra i primi della classe. Adesso ci organizziamo per il periodo di vacanze: alcuni dei ragazzi più grandi hanno chiesto di andare a lavorare presso dei muratori, i più piccoli hanno cominciato un corso di inglese e altri stanno ancora cercando il modo migliore per investire questo periodo di vacanze da scuola. Non mancano le visite: ancora pochi giorni fa un altro giovane abitante delle strade di questa città si é presentato al centro chiedendo di essere aiutato a sostenere un’operazione di ernia. Quello dell’ernia é un problema molto diffuso tra i ragazzi di strada, probabilmente perché fin da piccoli, per poter mangiare, fanno tutti i lavori che possono per strada, soprattutto al porto dove si offrono come portantini per scaricare e trasportare bagagli troppo spesso al di là delle loro capacità fisiche.

Ma un ragazzo che vive per strada come puo’ affrontare un problema di ernia? Soprattutto tenuto conto del fatto che, abituati come sono al dolore, vengono a chiedere un aiuto solo quando il problema é diventato veramente grave.

A. fu operato il mese scorso e adesso é il turno di C.

E dunque per un’ernia (tutto compreso: medicine, ricette mediche ecc.) ci vogliono circa 150 euro. Non é la prima volta che ci carichiamo di una spesa del genere per un ragazzo che non vive nel centro e che dunque non ha un seppure minimo sostegno economico da chi ci aiuta dall’italia. E poi sai che non é l’unico, al tempo stesso sai che non puoi fare tutto se no rischi di finire i soldi a disposizione e alla fine non puoi fare neanche quello che stai facendo. Con la consapevolezza che cio’ che fai é sempre e solo una goccia nell’oceano di bisogni. E allora che fai? Ti affidi alla provvidenza.

Un’operazione di ernia costa: l’ospedale non fa sconti né beneficenza. Già se paghi non sei sicuro del trattamento o della riuscita, viste le condizioni dell’ospedale e il modo in cui molti dottori operano. Qualche mese fa abbiamo fatto ingessare un ragazzo e al controllo un mese dopo abbiamo constatato che il gesso era stato messo male, la frattura era diventata ora due mezze ossa accavallate e il tutto rischiava di complicarsi ulteriormente.

“si, é vero, ma se volete che lo  sistemiamo dovete pagare l’intervento”. “ma l’errore é stato il vostro…” “oh si, sapete qui danno queste piccole operazioni (mettere il gesso) agli stagers (studenti in formazione pratica) e spesso le fanno male… ma l’ospedale non puo’ caricarsi di spese…”.

Allora paghiamo, per non farla lunga (tanto é una battaglia persa) e per il bene del ragazzino ingessato. Una volta pagato il tutto chiedono tre sacche di sangue e tutto l’occorrente per l’operazione. Fatto questo, “ci vediamo venerdi’ prossimo”. Il venerdi successivo andiamo e dopo quattro ore e mezza di attesa ci dicono che a causa di problemi elettrici le operazioni sono state rinviate: tornate venerdi! E cosi, di  venerdi in venerdi, con il ragazzo ingessato avanti e indietro per almeno due mesi e mezzo… e l’osso aveva già cominiciato il suo processo di calcificazione e ora premeva contro i muscoli rischiando una cancrena.

Decidiamo allora di cambiare ospedale, ma anche li i tempi sono lunghissimi… “e poi c’é da fare una trazione, mettere viti ecc… e per il momento non ne abbiamo…”.

Decidiamo di trasferire il ragazzo a K. (in un altro paese). Il giorno che stiamo per fare il viaggio é un venerdi… chissà – ci diciamo – se per caso all’ospedale non sia il venerdi buono: andiamo a vedere!

Tre ore di attesa, poi un dottore ci viene incontro e ci dice che il nostro dossier non é li… “dove avete consegnato il vostro dossier…?”

Chiediamo chiarimenti e per tutta risposta ci sbattono la porta in faccia. Eppure abbiamo fatto tutto, pagato, dato il sangue, consegnato i dossier… ogni venerdi ci hanno anche detto che tutto é ok, venerdi prossimo tocca a voi…

Il ragazzo é tasferito a K. (viaggio internazionale). Dal centro per casi complicati lo mandano in un ospedale che é ancora più lontano, a Ks., in un’altra regione. Ora lo hanno operato e aspettiamo l’esito.

Questo é solo un caso che noi abbiamo seguito più da vicino. Ma quanti altri ce ne sono? Quanti ignorati, dimenticati solo perché non possono pagare o solo perché non hanno diritto di parola? Negli ospedali qui devi avere corsie preferenziali per essere curato: paghi a destra e a sinistra e non é neanche detto che ti vada bene. I dottori spesso sono assenti perché hanno le loro cliniche private. E se ti arriva un caso urgente ti possono rispondere: “il dottore torna domani e ha portato con sé alche le macchine…!” (é già successo per la mamma di un frate, dunque una situazione che conosciamo molto bene: ci hanno detto di tornare domani” con una persona che era ormai in coma! Poi la donna é morta).

Abbiamo un caso di una suora operata di appendicite. Da allora non c’é più riposo per lei. Le hanno fatto un danno irrimediabile e alla fine é ora in Francia per essere seguita in un centro specializzato… ma oramai il danno é fatto.

A volte penso che sarebbe il caso di organizzarlo noi un ospedale. Ultimamente abbiamo realizzato (con l’aiuto di alcune ong) un ambulatorio nel nostro villaggio. Poco, certo, ma già qualcosa. Chissà se riusciremo un giorno a ingrandirlo, a mettere dei dottori capaci, dei volontari che operano nella sanità per “missione” e non solo per soldi… per ora con il nostro bicchiere, gettiamo fuori dalla barca che cola a picco, l’acqua che entra dalla falla dei problemi di questo paese… sembra un’operazione disperata, ma per ora non possiamo fare che questo. Solo sappiamo che su questa barca, seppure spesso le difficoltà ce lo fanno dimenticare, Gesù é con noi. Ed é lui che ci ridà la misura della nostra missione, la pecora perduta, rischiando di perdere nel deserto le altre 99 abbandonate. Forse non riusciremo a salvare tutti, ma non possiamo trascurare la persona che oggi ci chiede di salvargli la vita.

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